La sanità in montagna. Considerazioni a margine dell’incontro dell’assessore Riccardi con i sindaci
Patto per l'Autonomia 21-02-2026, 11:09

Soprattutto in questi tempi difficili, si comprende bene come parte della cittadinanza viva con attenzione o apprensione le scelte che la politica attua in materia di sanità pubblica, prendendo in tal senso posizione. Un diritto di opinione e di eventuale dissenso che, in quanto tale, va insindacabilmente rispettato, a prescindere dalla coalizione politica che in quel momento detiene il ruolo di governo. Un diritto che molti degli esponenti dell’attuale maggioranza regionale di centrodestra hanno riconosciuto nel 2018, condividendo le proteste emerse contro le politiche sanitarie allora decise dalla Giunta Serracchiani. Un diritto che, ora che sono al governo, gli stessi esponenti di centrodestra vivono con tutt’altra assertività, a prescindere dal consueto gioco delle parti di chi accusa l’opposizione (o i franchi tiratori interni alla coalizione) di cavalcare il malcontento.
Fra i molti ad avere la memoria corta spicca l’assessore Riccardi, che non solo scorda le promesse elettorali fatte dalla propria coalizione sulla tenuta di alcuni presidi sanitari territoriali (ad esempio quella del punto nascita di San Vito al Tagliamento, definitivamente chiuso dalla sua giunta all’inizio del 2025), ma pure quel diritto di dissenso che legittimamente era stato da egli stesso sostenuto anni prima. Durante la campagna elettorale del 2018, sono in molti a ricordare la presenza di importanti esponenti del centrodestra – con tanto di foto ricordo con t-shirt a tema – ad un sit-in di protesta all’esterno di un ospedale. Alla luce di ciò, stride l’atteggiamento con cui l’assessore Riccardi si rapporta oggi con le posizioni che, nell’opinione pubblica, criticano le scelte sue e della giunta Fedriga. Nel recente incontro con i sindaci della montagna per la presentazione del piano di riorganizzazione di ASUFC, a quanto riportato dagli organi di stampa, non sono infatti mancate parole di biasimo verso le azioni di cittadinanza non allineate alle politiche sanitarie regionali. Se appare logico che l’assessore e i suoi funzionari difendano convintamente le ragioni delle proprie scelte sul piano politico e tecnico, non riteniamo invece accettabile che espressioni di dissenso condotte da cittadine e cittadini in piena trasparenza e correttezza (ad esempio le migliaia di firme raccolte per il mantenimento della chirurgia senologica di Tolmezzo), vengano squalificate con la solita accusa di essere strumentalizzazioni politiche o persino di essere fautrici di un clima di tensione.
Dato il suo ruolo di rappresentanza, l’assessore Riccardi dovrebbe evitare caustiche affermazioni sulle reazioni di migliaia di cittadine e cittadini che vivono in prima persona le criticità del sistema sanitario regionale. È sacrosanto che le persone siano attente ad ogni notizia di possibile riduzione di servizi e che siano preoccupate sulle stesse, soprattutto se le alternative ipotizzate restano vaghe. Ancor più in un territorio già fragile come quello montano.
Inoltre, ammettendo scevri da facili polemiche la complessità del tema (nonché della lunga durata di alcune questioni, della loro estensione nazionale, come della necessità di un coraggioso processo di riforma) troviamo fuori luogo trincerarsi nel vittimismo degli incompresi: è la politica ad essere al servizio della cittadinanza, non il contrario.
La situazione in cui la sanità regionale è caduta negli ultimi anni, indipendentemente dal grande impegno profuso dai professionisti (medici e non) che operano nei presidi ospedalieri e territoriali, non è solo fatto di percezione, ma realtà quotidiana. Il considerevole e costante deflusso del personale pubblico verso il privato (sostenuto per lo più dall’attività convenzionata, quindi da soldi pubblici); l’aumento costante della spesa regionale sulla sanità, a fronte di un inversamente proporzionale impoverimento dei servizi; l’esternalizzazione come soluzione ordinaria e non come ausilio complementare. Tutti campanelli d’allarme che non sembrano realmente presi in considerazione come tali e che, senza una spiegazione chiara, prefigurano sui territori il pericolo di centralizzazione e depauperamento. Anche l’annuncio (positivo, ci mancherebbe) sugli ambulatori di oculistica e dermatologia, rappresenta comunque il ripristino di una parte di servizi che erano stati tagliati nel 2022-23; è normale quindi che sorga spontanea la domanda di quanto tutto questo possa eventualmente durare.
In aggiunta, non sono emersi finora elementi nuovi su interventi a supporto dei presidi territoriali e di prossimità nella medicina di base o nei servizi pediatrici, la cui fragilità o assenza spinge la popolazione verso il pronto soccorso, in montagna ancor più intasati nella stagione invernale. E alla luce della conclamata carenza di medici di base, per la quale i medici di vallata rappresentano una soluzione che è ancora tampone, non bastano certo le inaugurazioni di nuovi ambulatori, che paiono pure beffarde.
Parlando di tagli di nastro di scatole vuote, sarebbe positivo conoscere il parere dei rappresentanti della montagna organici alla maggioranza regionale. Non si reputano in tal senso soddisfacenti le esternazioni social del vicepresidente del consiglio regionale contro ambasciatori di sventura che prefigurano, a sua detta, un destino di chiusura dell’ospedale di Tolmezzo, che egli stesso tuttavia utilizza per spostare l’attenzione ad una valutazione di prospettiva che non riguarda i contenuti della riorganizzazione di cui si è invece dibattuto. Saremmo invece grati al vicepresidente Mazzolini se, in qualità di rappresentante di tutte le cittadine ed i cittadini, fosse disponibile ad esporre le sue idee sulla sanità in montagna all’interno di una delle molte occasioni pubbliche promosse sul tema, tanto per serietà istituzionale quanto per trasparenza delle proprie posizioni ed assunzioni di impegno. Inoltre, saremmo lieti se lo stesso Mazzolini (e non solo) rendesse note ai più le ragioni per cui i primi a contestare l’assessore alla Sanità sulla riorganizzazione di ASUFC siano stati alcuni importanti membri della Lega, rientrati nei ranghi solo dopo il richiamo all’ordine di Fedriga. Forse anche il vicepresidente del consiglio regionale tende a dimenticare: però, qualora ritrovasse la memoria, dovrebbe rivolgere l’accusa di strumentalità politica in primis al suo stesso partito, passando poi ai suoi alleati del Friuli Occidentale.
Denis Baron e Mirco Dorigo (Patto per l’Autonomia – Gruppo “Alto Friuli”)
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